Ripresa dei lavori 2020: in politica estera è tempo di decisioni

26/08/2020 - 19:57
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26.8.2020 - La politica estera non si ferma mai. C'è da dire però che l'estate del 2020 è stata particolarmente movimentata. Libano, Bielorussia, Mali e Mediterraneo orientale: le crisi sembravano non finire più. La riunione informale di Gymnich (27-28 agosto) deve essere un'occasione per costruire un percorso comune per il futuro. Rafforzare il peso politico internazionale dell'Europa è un obiettivo urgente e alla nostra portata.

"Nell'UE quello che conta non è il fatto che una discussione inizi con 27 punti di vista diversi. Quello che conta è il fatto che finisca con una visione comune su cosa fare e l'impegno a mobilitare risorse per farlo."

Uno dei principali avvenimenti di questa estate è stata la devastante esplosione del 4 agosto in Libano. Le immagini erano quasi apocalittiche. Il bilancio dell'esplosione è stato di almeno 220 morti, migliaia di feriti e sfollati e 15 miliardi di euro di danni. L'onda d'urto non ha investito solo il porto di Beirut, ma anche il sistema politico libanese. Sono emerse infatti gravi carenze governative, in particolare il fenomeno dell'appropriazione dello Stato da parte delle élite, responsabili di corruzione e cattiva amministrazione. Queste carenze erano già note, e la pandemia di COVID-19 ha reso ancora più urgente la necessità di attuare riforme.

Tale urgenza è ormai innegabile. L'UE si è dimostrata solidale nei confronti del popolo libanese nel momento di maggiore necessità, come hanno ribadito i presidenti Macron e Michel in occasione delle loro visite in Libano. Continueremo a sostenere il Libano, non solo con aiuti umanitari a breve termine, ma anche fornendo assistenza macrofinanziaria in cooperazione con il Fondo monetario internazionale. Ma tutto ciò richiederà un cambiamento radicale nella gestione politica del paese: serve una soluzione politica nuova, che dovrà naturalmente essere approvata dal popolo libanese.

Qualche giorno più tardi, il 9 agosto, ci sono state le elezioni presidenziali in Bielorussia. Sapevamo che il regime di Lukashenko non avrebbe permesso lo svolgimento di elezioni completamente libere e regolari, ma l'annuncio della sua rielezione con l'80% dei consensi, benché molti elementi suggerissero il contrario, è stato un palese rifiuto della volontà di cambiamento della popolazione bielorussa. E quel che è peggio è che il regime ha deciso di rispondere alle manifestazioni di massa con la classica gamma di azioni repressive: violenze da parte della polizia e arresti di massa. Ciononostante i cittadini bielorussi hanno dato prova di grande coraggio, continuando a scendere in piazza numerosi per chiedere il rispetto dei loro diritti democratici.

L'UE ha messo in chiaro che non riconosce il risultato elettorale e che sostiene pienamente queste aspirazioni democratiche, che sanzionerà i responsabili dei brogli elettorali e delle violenze e ha sottolineato l'urgenza di avviare un dialogo politico all'interno del paese. Non possiamo rimanere in silenzio mentre altri europei rivendicano i propri diritti democratici e cercano di plasmare il proprio futuro: dobbiamo offrire il nostro sostegno e al contempo lasciare loro lo spazio per agire in autonomia. Lo ho ribadito anche in occasione dell'incontro con il ministro degli Esteri russo Lavrov.

 

Non possiamo rimanere in silenzio mentre altri europei rivendicano i propri diritti democratici e cercano di plasmare il proprio futuro: dobbiamo offrire il nostro sostegno e lasciare loro lo spazio per agire in autonomia.

 Il 18 agosto è arrivato un altro grave shock: in Mali si è verificato un colpo di Stato militare che ha portato alla destituzione del presidente e del primo ministro. Ho immediatamente condannato questo colpo di Stato dichiarandolo incostituzionale, così come hanno fatto l'Unione africana e la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS). Il golpe è l'ennesimo segnale del fatto che il Mali e tutta la regione del Sahel sono afflitti da profondi problemi di governo, sicurezza e sviluppo. Un colpo di Stato non può essere la soluzione, ma dobbiamo riflettere su come cambiare il nostro modo di sostenere la popolazione locale, che chiede una sicurezza sostenibile e uno sviluppo economico inclusivo. 

Nel corso dell'estate abbiamo anche assistito a un aumento delle tensioni nel Mediterraneo orientale, a seguito delle indagini sismiche effettuate dalle navi turche in acque europee. A luglio sono stato in Grecia, a Cipro e in Turchia e per tutta l'estate sono rimasto in contatto costante con le autorità locali, per esempio incontrando il ministro degli Esteri turco il 6 agosto.

Il nostro obiettivo principale è e sarà quello di rimanere al fianco degli Stati membri che subiscono minacce, adoperandoci al contempo per smorzare le tensioni e far sì che le complesse problematiche soggiacenti siano affrontate con il dialogo e la diplomazia. Ad agosto la situazione ha preso una piega preoccupante, e rischiava di sfociare in un conflitto aperto. Abbiamo discusso la questione in un Consiglio Affari esteri speciale il 14 agosto, nonché in una riunione di emergenza del Consiglio europeo il 19 agosto. Abbiamo deciso di inviare un chiaro segnale, intimando alla Turchia di interrompere le attività illegali di trivellazione e invitando Ankara a collaborare per allentare la tensione, lasciando aperte tutte le porte.

 

Per quanto riguarda la questione turca, dobbiamo sostenere gli Stati membri che subiscono minacce, adoperarci per smorzare la tensione e utilizzare il dialogo e la diplomazia per affrontare le problematiche soggiacenti.

 Le relazioni tra l'UE e la Turchia sono complesse e articolate: la Turchia non è solo un paese vicino, ma anche un importante partner in molti settori, è un alleato cruciale dell'Europa in seno alla NATO e, come l'UE, desidera mantenere in vigore il quadro di cooperazione sulla migrazione. Ciononostante, le dinamiche interne al paese e il suo ruolo nella regione sono sempre più problematici, anche a causa degli interventi militari della Turchia in Siria, in Libia e non solo.

Dobbiamo definire una strategia a lungo termine solida ed equilibrata per le relazioni UE-Turchia, che si basi prima di tutto sulla solidarietà con gli Stati membri più coinvolti, ma anche sulla consapevolezza che la diplomazia può funzionare solo se tutte le parti si impegnano a costruire un rapporto di fiducia.

La riunione di Gymnich e le strategie per accrescere il peso politico dell'UE

Discuterò della nostra posizione su queste importanti questioni e crisi geopolitiche con i ministri degli Esteri dell'UE in occasione della riunione di Gymnich, che si terrà a Berlino alla fine di questa settimana. Si tratta di una riunione informale che si tiene due volte all'anno, durante la quale discutiamo senza orpelli e senza la pressione di dover prendere decisioni ufficiali. Dovremmo fare un passo indietro e riflettere meglio sull'approccio da usare nelle relazioni con la Turchia e la Russia, sul nostro ruolo nel Sahel e su come rafforzare l'autonomia strategica dell'UE nel contesto mondiale post-pandemia. Ho già espresso la mia convinzione (link esterno) che l'Europa dovrebbe imporsi come "partner di fiducia" sulla scena internazionale. Ancorata a solidi principi, ma non dogmatica. Aperta, ma non debole. Progressista, ma non ingenua. Pronta ad agire a livello multilaterale quando possibile e in modo autonomo se necessario.

A nove mesi dalla mia nomina, sento che c'è una consapevolezza condivisa dell'importanza delle sfide che l'Europa si trova ad affrontare, sia nel vicinato che nel più ampio contesto mondiale. È evidente che ci troviamo di fronte ad attori più decisi, alcuni dei quali adottano una mentalità imperialista e sono disposti a ricorrere a tutte le forme di potere su scala mondiale. Tuttavia dobbiamo anche ammettere che non sempre la risposta europea riesce a stare al passo. Non siamo sempre abbastanza chiari, o abbastanza rapidi, e non sempre le nostre azioni hanno un impatto e una coerenza sufficienti.

A livello teorico in molti condividono questa analisi, ma quando si tratta di cambiare le cose, spesso i meccanismi della politica sono d'intralcio. È il solito problema dei 27 punti di vista e della necessità di trovare un accordo unanime, che si traduce in una politica estera e della sicurezza fatta di "nomi forti e verbi piuttosto deboli", per usare la metafora dell'ex commissario per le Relazioni esterne Chris Patten. Una politica ricca di retorica, ma non sempre in grado di passare ai fatti quando si tratta di investire risorse finanziarie.

Non possiamo cambiare le grandi tendenze mondiali, ma possiamo cambiare il nostro modo di affrontarle.

 Il lato positivo è che tutti questi vincoli sono autoimposti. Non possiamo cambiare le grandi tendenze mondiali, ma possiamo cambiare il nostro modo di affrontarle. Durante il processo decisionale dell'UE, ogni paese può bloccare qualsiasi posizione o azione. Si tratta di un potere negativo. Se ognuno rimane fermo sulle proprie posizioni in attesa che il resto del gruppo converga su quel punto di vista, non riusciremo mai a costruire un mondo nuovo o a fissare l'agenda. Per poterlo fare serve un potere positivo. Se investissimo di più nell'unità, tutti gli Stati membri acquisterebbero maggiore influenza, poiché rallentando i processi decisionali o limitando il nostro margine d'azione vanno contro i loro stessi interessi.

Nell'UE quello che conta non è il fatto che all'inizio di una discussione ci sia una grande varietà di punti di vista tra i 27 paesi, ognuno dei quali ha la propria storia e i propri interessi. Quello che conta è che alla fine ci sia una visione comune su cosa fare e l'impegno a mobilitare delle risorse per farlo.

Se riusciremo a combinare l'unità del Consiglio con i mezzi della Commissione e del SEAE, l'UE potrebbe avere un impatto concreto, come una vera potenza. Sia alla riunione di Gymnich che in seguito farò tutto il possibile per creare l'unità necessaria tra gli Stati membri e raggiungere questo obiettivo.

 

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