Delegation of the European Union to Peru

La battaglia per la democrazia nel Myanmar/Birmania

11/04/2021 - 10:31
From the blog

11/04/2021 — Blog dell'AR/VP — Il sanguinoso colpo di Stato militare nel Myanmar/Birmania ha lasciato attonito il mondo, mentre giungono notizie di oltre 80 morti a Bago venerdì scorso. È in corso una nostra forte iniziativa diplomatica in stretto coordinamento con i partner che condividono i nostri principi, ma il clima di contesa geopolitica nel Myanmar rende difficile trovare un terreno comune, fermare le violenze e garantire il ritorno alla democrazia.

"La democrazia è esposta a sempre più minacce di questi tempi, ma in pochi luoghi con la stessa drammaticità e brutalità a cui assistiamo nel Myanmar."

 

La democrazia è esposta a sempre più minacce di questi tempi, ma in pochi luoghi con la stessa drammaticità e brutalità a cui assistiamo nel Myanmar. Nelle prime ore del mattino del 1º febbraio un colpo di Stato militare stile anni '70 ha riportato indietro di molti anni il Myanmar e la sua transizione democratica. L'esercito sostiene che le elezioni del novembre 2020, che hanno visto la Lega nazionale per la democrazia (NLD) vincere con ampio margine, siano state in qualche modo "truccate", senza però fornirne alcuna prova. L'esercito ha quindi dichiarato lo stato di emergenza e ha arrestato la consigliera di Stato Daw Aung San Suu Kyi e il presidente Win Myint nonché altri leader democratici.

La resistenza civile al colpo di Stato è stata così ampia, creativa e coraggiosa da riuscire, ritengo, a cogliere di sorpresa l'esercito, che ha fatto ricorso agli unici strumenti che conosce e che ha così spesso utilizzato in passato: la violenza e la repressione. Finora sono stati uccisi almeno 550 manifestanti pacifici, tra cui 46 bambini. Oltre 2 800 persone si trovano in stato di fermo. Il mondo assiste con orrore alla violenza perpetrata dall'esercito nei confronti del suo stesso popolo.

Myanmar/Birmania: al centro di tensioni geopolitiche

Tuttavia, anche di fronte a tale brutalità, la comunità internazionale è divisa sul piano geopolitico, e questo ostacola una risposta coordinata. Il Myanmar confina con i due paesi più popolosi al mondo: Cina e India. La sua collocazione geografica lo rende un luogo strategico sia per l'iniziativa cinese "Belt and Road" (nota anche come "nuova via della seta"), giacché consente l'accesso in acque profonde all'Oceano Indiano, sia per il corridoio dell'India verso il Mar cinese meridionale. Anche altri paesi come il Giappone, la Corea del Sud e Singapore hanno forti interessi economici nel Myanmar, mentre la Russia è il secondo fornitore di armi del paese dopo la Cina.

Perciò non sorprende che Russia e Cina stiano bloccando i tentativi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di imporre, ad esempio, un embargo sulle armi. La Cina è desiderosa di proteggere i propri interessi strategici nel paese e ha definito il colpo di Stato "un significativo rimpasto di governo", mentre secondo la Russia si tratta di una mera "questione interna". La settimana scorsa il viceministro russo della difesa Alexander Fomin è stato il rappresentante straniero di livello più elevato a partecipare alla parata per la Giornata delle forze armate del Myanmar, mentre altri paesi, anche asiatici, avevano inviato rappresentanti di livello inferiore.

Democrazia e pace etnica

La situazione è resa più difficile dalla composizione etnica estremamente diversificata e complessa della popolazione del Myanmar: all'interno dei suoi confini convivono 135 etnie riconosciute e altre, come i rohingya, neppure riconosciute. Da quando il paese ha raggiunto l'indipendenza il conflitto tra le minoranze etniche e il governo centrale non è mai cessato.

 

"Per decenni la risposta sbagliata a questa grande diversità etnica è stata una dittatura militare centralizzata che si è tradotta in scontri violenti tra l'esercito centrale e i gruppi etnici e nella soppressione dei diritti democratici per tutti."

 

Il governo non ha il controllo del territorio su ampie zone, che invece sono nelle mani di "organizzazioni etniche armate" o milizie, alcune delle quali dispongono di decine di migliaia di membri. Per decenni la risposta sbagliata a questa grande diversità etnica è stata una dittatura militare centralizzata che si è tradotta in scontri violenti tra l'esercito centrale e i gruppi etnici e nella soppressione dei diritti democratici per tutti.

Dopo il 2010 è stato avviato un graduale processo di democratizzazione che nel 2015 è sfociato in libere elezioni, vinte dall'NLD di Daw Aung San Suu Kyi. Nello stesso anno alla transizione democratica si è aggiunta la pace etnica. Nell'ottobre 2015, dopo decenni di conflitto armato, il governo e i gruppi etnici armati hanno firmato un accordo per il cessate il fuoco su tutto il territorio nazionale - una vera e propria pietra miliare, a dimostrazione della forte volontà politica di affrontare dissidi di lunga data mediante il dialogo e la cooperazione invece che con la violenza. L'UE è stata invitata, in qualità di testimone internazionale, ad apporre la sua firma sull'accordo di cessate il fuoco su tutto il territorio nazionale.

Così come l'introduzione della democrazia ha favorito la pace etnica, la sua soppressione rischia ora di far riaccendere la violenza tra le diverse etnie. Le organizzazioni etniche si trovano sempre più spesso a fianco dei manifestanti e stanno ricominciando a combattere contro le forze armate. La situazione rischia di diventare incontrollabile: alla fine di marzo gli attacchi aerei lanciati dalle forze armate nello Stato di Kayin hanno ucciso numerosi civili e provocato circa 10 000 sfollati. La repressione sta diventando più violenta, come dimostrano anche le uccisioni di Bago.

Cosa può fare l'UE? Un partenariato per la democrazia

La presenza economica dell'UE in Myanmar è limitata, ma stiamo diventando un importante mercato di esportazione per l'abbigliamento grazie alle preferenze commerciali "Tutto tranne le armi", che offrono ai paesi in via di sviluppo un accesso al mercato dell'UE in esenzione da dazi e contingenti. Nel 2020 il Myanmar ha esportato merci per 2,4 miliardi di €, con una diminuzione del 20 % rispetto al 2019 dovuta alla pandemia. In termini di investimenti diretti esteri il peso dell'UE è piuttosto limitato: 700 milioni di USD nel 2019 rispetto ai 19 miliardi di USD della Cina.

 

"Nonostante le battute d'arresto, il Myanmar ha rappresentato un raro esempio di transizione verso la democrazia in una regione in cui si assiste sempre più a passi indietro in materia di democrazia."

 

Ma, pur riconoscendo che la sua influenza diretta è limitata, l'UE può e deve cercare di svolgere un ruolo attivo. Non possiamo accettare che un governo eletto democraticamente sia rovesciato e sostituito da un governo militare. Nonostante le battute d'arresto, il Myanmar ha rappresentato un raro esempio di transizione verso la democrazia in una regione in cui si assiste sempre più a passi indietro in materia di democrazia. L'UE ha inoltre investito ingenti capitali (finanziari e politici) in questa transizione, con missioni di osservazione elettorale, un aumento dell'assistenza allo sviluppo (688 milioni di € tra il 2014 e il 2020) e preferenze commerciali più favorevoli ("Tutto tranne le armi").

Va considerata poi la dimensione regionale. Nel dicembre 2020 abbiamo stretto un partenariato strategico con l'ASEAN per rafforzare i nostri legami con una delle regioni più dinamiche del mondo, il che ci offre anche l'opportunità di avviare un dialogo più approfondito sul Myanmar con l'ASEAN.

La Carta dell'ASEAN nel suo preambolo pone come caposaldo "l'adesione ai principi della democrazia, dello Stato di diritto e del buon governo, il rispetto e la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali". Al tempo stesso, l'ASEAN è un'organizzazione basata sul consenso, che "procede ad una velocità accettabile per tutti", il che limita la sua capacità di svolgere un ruolo di primo piano in un conflitto di questa natura. Tuttavia l'UE ha interesse a promuovere i tentativi a livello regionale di mediare e gestire la crisi, e perciò dovremmo sostenere tutte le forze all'interno dell'ASEAN che sono in sintonia con la nostra posizione.

Potremmo rafforzare questo percorso diplomatico offrendo di rafforzare i nostri legami economici con il Myanmar, se il paese tornerà sulla via della democrazia: oltre a facilitare gli scambi commerciali, potremmo offrire investimenti di buona qualità che aiuterebbero il paese a seguire un percorso di sviluppo sostenibile attraverso tecnologie all'avanguardia e attività economiche su basi sostenibili. Il Myanmar ha bisogno di maggiore diversificazione a livello di investitori esteri, per cui trarrebbe vantaggio da quanto le imprese europee di norma possono offrire. La sostenibilità è un bisogno essenziale del Myanmar dato che è uno dei tre paesi più a rischio al mondo quanto all'impatto dei cambiamenti climatici.

La risposta immediata dell'UE e le prossime tappe

La nostra risposta al colpo di Stato è stata rapida e strettamente coordinata con i nostri partner. Come UE27 il 2 febbraio abbiamo rilasciato una dichiarazione incisiva con la quale condanniamo il colpo di Stato, chiedendo l'immediata liberazione di tutte le persone arrestate e il ripristino delle autorità democraticamente elette.

L'UE ha immediatamente sospeso tutti i pagamenti per l'assistenza allo sviluppo che fino ad allora venivano versati nelle casse del governo. Sono state sospese anche le attività a supporto delle autorità, come la formazione delle forze di polizia, a cui l'UE contribuisce affinché la polizia civile rispetti standard elevati. Il 22 marzo l'UE ha adottato una prima serie di sanzioni nei confronti di 11 persone che hanno avuto un ruolo chiave nel contesto del colpo di Stato, tra cui il comandante in capo delle forze armate e il suo vice. Stiamo attualmente lavorando a un secondo pacchetto da applicare ad altri individui nonché a imprese di proprietà delle forze armate. Vogliamo far capire alla giunta che non può agire impunemente.

Il principio guida del nostro operato è quello di "non nuocere": agiamo solo nei confronti dei responsabili del colpo di Stato e dei loro interessi economici, senza che vi siano conseguenze negative per la popolazione in generale. Per questo motivo le nostre sanzioni riguardano solo le imprese di proprietà delle forze armate, e prevedono una "clausola umanitaria" che consente la fornitura di aiuti: ECHO ha già stanziato 11,5 milioni di € di aiuti di emergenza ed è pronta a fare di più, se necessario.

Parallelamente stiamo portando avanti una forte iniziativa diplomatica che mira a coinvolgere tutte le principali parti interessate (ASEAN, Cina, Giappone, India), in stretto coordinamento con i partner che condividono i nostri stessi principi, in particolare gli Stati Uniti e il Regno Unito. Propugniamo una soluzione interna condivisa dalla regione e dalla comunità internazionale in generale, il cui punto di partenza dev'essere l'allentamento delle tensioni e il rilascio dei detenuti.

Le sanzioni di per sé non costituiscono una linea politica. È necessario creare una piattaforma diplomatica condivisa per avviare un processo di dialogo volto a ripristinare la democrazia in Myanmar, in linea con la chiara volontà espressa dal suo coraggioso popolo.

Nonostante la nostra determinazione nell'agire, bisogna che le nostre aspettative siano realistiche. La contesa geopolitica nel Myanmar renderà molto difficile trovare un terreno comune, come è avvenuto già ripetutamente in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le forze armate del Myanmar sono abituate all'isolamento internazionale e hanno una storia decennale di chiusura nei confronti dei bisogni e della volontà dei cittadini del paese.

Ma è nostro dovere tentare, anzitutto, di fare in modo che sia rispettata la volontà espressa dal popolo del Myanmar nelle elezioni del novembre 2020; e poi di difendere l'esperimento democratico di questo paese, esperimento che, nonostante i suoi limiti, l'ha reso un punto di riferimento nel momento in cui sempre più spesso, in tutto il mondo, ci troviamo a dover affrontare sfide alle libertà fondamentali e alla democrazia.

 

 

 

Sezioni editoriali: