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Discorso dell'Alto Rappresentante/ Vicepresidente Federica Mogherini alla presentazione del Rapporto 2018 di ItaliaDecide: «Civile e militare. Tecnologie duali per lʼinnovazione e la competitività»

Roma, 12/02/2018 - 16:48, UNIQUE ID: 180212_7
HR/VP speeches

Discorso dell'Alto Rappresentante/ Vicepresidente Federica Mogherini alla presentazione del Rapporto 2018 di ItaliaDecide: «Civile e militare. Tecnologie duali per lʼinnovazione e la competitività»

Grazie mille Luciano [Violante, Presidente emerito della Camera dei deputati], anche per queste parole che condivido al cento per cento.

Presidente [della Repubblica italiana, Sergio] Mattarella,

Presidente [della Camera dei deputati, Laura] Boldrini,

vi ringrazio moltissimo per questʼoccasione unica di raccontare gli enormi passi avanti che la difesa europea ha fatto negli ultimi mesi – vorrei dire dallʼinizio, anche e soprattutto grazie allʼItalia.

E di parlarne qui alla Camera, in occasione della presentazione del Rapporto 2018 di ItaliaDecide sulle tecnologie duali, che so essere un appuntamento annuale sempre di grande interesse, e per la qualità delle analisi, e delle proposte presentate allʼattenzione delle istituzioni italiane, ma di interesse anche per le istituzioni europee. 

Tornare alla Camera per me è sempre un ritorno a casa. Stavolta ancora di più, tornare a parlare di difesa – avendo avuto lʼonore e il piacere di lavorare in Commissione Difesa durante i miei sette anni qui alla Camera.

Fino a pochi anni da, fino a pochi mesi fa, lʼidea della difesa europea sembrava ancora un sogno da visionari. Un sogno in cui lʼItalia ha però sempre creduto, e ha sempre lavorato per realizzarlo. Ricordo molto bene la mia audizione al Parlamento europeo, tre anni e mezzo fa, per la conferma come Alto Rappresentante dellʼUnione europea.

Durante quellʼaudizione dissi che uno dei miei obiettivi – naturale, per unʼitaliana – era quello di sfruttare tutto il potenziale del Trattato di Lisbona, per andare avanti finalmente con il progetto della difesa europea. In molti dissero allora che sarebbe stato impossibile, che non cʼerano le condizioni politiche – come sempre non cʼerano state – e che come sempre sarebbe rimasto solo un sogno, irrealizzabile.

E invece lʼabbiamo fatto. In tre anni abbiamo fatto più passi avanti verso una difesa europea che nei tre decenni precedenti, con realismo e concretezza e un lavoro di squadra a cui – tengo di nuovo a dirlo - lʼItalia ha contribuito con un ruolo fondamentale.

Quando tre anni fa ci siamo messi al lavoro sulla Strategia globale per la politica estera e di sicurezza europea, abbiamo deciso di non riaprire una discussione sullʼesercito europeo che per anni, per decenni aveva monopolizzato e anche bloccato, in modo spesso artificiale, ideologico, ogni prospettiva di difesa europea. 

Quello che abbiamo costruito in questi tre anni è più realistico, più concreto, più ambizioso – io credo – anche dellʼesercito europeo. È unʼEuropa della difesa fondata su un sistema industriale europeo, una delle eccellenze dellʼindustria europea, su tecnologie europee, su un mercato della difesa europeo. Per fare sì che i nostri Stati membri investano insieme, decidano insieme e agiscano insieme.

E adesso finalmente abbiamo gli strumenti per costruirla insieme, questa Europa della difesa. UnʼEuropa della difesa diversa da quella che veniva immaginata negli anni Cinquanta, o anche negli anni Novanta – semplicemente perché nel frattempo il mondo è cambiato.

Un esempio: in passato si pensava che lʼEuropa della difesa e la Nato fossero due progetti contrastanti o in competizione, in alternativa fra loro. Oggi, in questʼultimo anno e mezzo, mentre realizzavamo lʼEuropa della difesa, abbiamo anche reso la nostra cooperazione con la Nato più stretta di quanto sia stata nei decenni precedenti. Perché oggi è chiaro che lʼEuropa ha interesse ad assumere la propria responsabilità in modo più autonomo, e questo serve anche a rafforzare la Nato.

E lʼEuropa è cambiata. Molti si chiedono se questa spinta a creare la difesa europea oggi non sia frutto del combinato disposto del referendum britannico e del cambio di politica estera statunitense. No. È semplicemente dovuto al fatto che, superata la fase più critica della crisi economica nel nostro continente e di fronte a nuove minacce, gli europei danno oggi più importanza alla propria sicurezza. E quindi anche al modo di affrontare le nuove sfide della difesa europea.

Sono cambiate le sfide e le minacce che noi, come europei, dobbiamo affrontare. La loro complessità richiede un livello di risposta che va ben oltre la dimensione nazionale e credo che questo i nostri cittadini lo vedano molto bene. I nostri sistemi di sicurezza e di difesa oggi devono fare i conti con cyber-attacchi e con forme di guerra non-convenzionale, con le reti della criminalità organizzata e col terrorismo internazionale.

E di conseguenza, devono cambiare anche gli strumenti con cui facciamo fronte a queste minacce.

È qui che le tecnologie dual use hanno un ruolo fondamentale da svolgere. Il rapporto di ItaliaDecide lo spiega in modo molto chiaro: il confine tra ciò che militare e civile è sempre più sottile. Tecnologie che nascono come “civili” possono essere usate per scopi militari, e viceversa.

Uno degli esempi contenuti nel rapporto è quello dellʼaerospazio e dei satelliti, ed è un esempio che riguarda molto da vicino il nostro lavoro, nellʼUnione europea.

Meno di un mese fa abbiamo firmato un accordo tra lʼAgenzia spaziale europea e il Centro dellʼUnione europea per i satelliti, che opera sotto la mia responsabilità.

Le immagini satellitari sono oggi diventate – come giustamente ricordavi – uno strumento fondamentale anche per la nostra politica estera e di difesa. Le usiamo per tracciare le rotte dei trafficanti nel deserto, per proteggere le nostre navi dalla pirateria, per valutare i danni al patrimonio culturale – ad esempio in Iraq, compiuti dai terroristi di Daesh.

Non è fantascienza, in questa sala lo sapete meglio di me: sono situazioni reali, in cui tecnologie nate a scopo civile contribuiscono in modo concreto alla nostra sicurezza, e alla sicurezza dei nostri partner internazionali.

Lo stesso vale per la possibilità di comunicare in modo criptato e sicuro attraverso i satelliti, cosa fondamentale nel mondo di oggi.

Due dei sistemi più allʼavanguardia nel mondo sono sistemi europei – Galileo e Copernico – finanziati e gestiti dallʼUnione europea. Sono eccellenze di livello mondiale, nate da una cooperazione davvero europea tra governi, aziende e col coordinamento dellʼUnione europea.

Vi do un esempio concreto: pochi mesi fa, tra la fine di agosto e lʼinizio di settembre, quando lʼuragano Irma ha colpito i Caraibi, abbiamo immediatamente attivato i satelliti di Copernico. Nel giro di pochissime ore siamo stati in grado di fornire immagini molto dettagliate delle zone colpite dallʼuragano, strada per strada, casa per casa. Ed è stato uno strumento fondamentale per pianificare i soccorsi in modo rapido ed efficace.

Abbiamo messo questo servizio a disposizione dei cittadini francesi delle Antille, o dei britannici delle Isole Vergini. E abbiamo fatto lo stesso per Haiti e per la Repubblica Dominicana, e per gli Stati Uniti, in particolare la Florida. Una eccellenza europea a servizio della sicurezza del mondo.

Esperienze come quella di Copernico e di Galileo sono eccellenze mondiali. Sono sistemi nati per scopi civili che stanno già contribuendo alla nostra sicurezza comune. È soft power, la forza dellʼEuropa, che contribuisce anche al nostro hard power – perché nel mondo di oggi la distinzione tra hard e soft è sempre più sfumata.

E lʼUnione europea, da superpotenza civile, sta diventando anche una superpotenza militare, un security provider, un attore fondamentale nel campo della sicurezza e della difesa a livello globale.

Copernico e Galileo sono stati possibili perché abbiamo unito le forze a livello europeo. Sono la dimostrazione che quando investiamo insieme come europei, facciamo ricerca insieme come europei e lavoriamo insieme come europei, allora lʼUnione europea è una superpotenza mondiale. LʼEuropa è ciò che decidiamo di farne. Ci appartiene, a tutti noi europei, ed è il più potente strumento di sovranità che abbiamo, in questo mondo globalizzato, complesso e conflittuale in cui viviamo. Dobbiamo solo decidere di usarlo questo strumento, e farne buon uso.

Insieme, lʼUnione europea ha possibilità che nessuno Stato nazionale ha, nel mondo di oggi. Se prendiamo i bilanci per la difesa di tutti i paesi dellʼUnione europea, uniti siamo la seconda potenza di difesa al mondo. Insieme spendiamo più o meno il 50 per cento di ciò che spendono gli Stati Uniti. Ma in termini di output, di risultato, produciamo solo il 15 per cento di quello che producono gli americani. Ed è questo èil gap che dobbiamo colmare.

Il motivo è semplice: se investiamo ognuno per conto proprio, non sfruttiamo le economie di scala che si verrebbero a creare se investissimo tutti insieme. Siamo una superpotenza, se superiamo la nostra frammentazione e se investiamo nellʼessere Unione.

Un altro esempio. Gli Stati Uniti hanno a disposizione quattro modelli di aerei militari in grado di effettuare rifornimento in volo. Di questi quattro modelli, ne hanno in servizio circa 550 esemplari.

In Europa abbiamo dodici diversi modelli di aerei per il rifornimento in volo. Ma le nostre forze armate ne hanno a disposizione circa una quarantina di esemplari in tutto.

Produciamo molti più modelli, ma acquistiamo molti meno aerei. Capite meglio di me che non è un sistema efficiente, né per i governi né per le aziende. Né per i bilanci pubblici.

Non spetta allʼUnione europea dire agli Stati membri quanto debbano investire nel campo della difesa: questa è una scelta dei governi e dei parlamenti nazionali. Ma quello che possiamo fare come Unione europea, e che finalmente abbiamo iniziato a fare, è colmare la distanza tra quel 50 per cento di investimenti rispetto agli Usa e quel 15 per cento di output. Far sì che per ogni singolo euro investito il risultato sia il massimo. Massimizzare i risultati degli investimenti. Aiutare gli Stati membri a pianificare insieme le proprie spese per la difesa, per spendere in modo più efficiente e anche per rendere più forte la nostra industria.

Vorrei chiarire immediatamente una cosa: non si tratta di “militarizzare” il bilancio dellʼUnione europea, ma di assicurare che i soldi investiti per la nostra sicurezza vengano spesi nel modo più efficiente possibile. 

In questʼultimo anno abbiamo creato una serie di strumenti nuovi a livello europeo, che possono davvero farci fare un salto di qualità – un cambio di paradigma, diceva il presidente Violante, in termini di economie di scala e anche di maggiore sicurezza per i nostri cittadini.

Mi limito a citare i tre fondamentali che abbiamo creato nellʼultimo anno di lavoro.

Primo, il Fondo europeo per la difesa creato dalla Commissione europea. Per la prima volta nella storia, stiamo utilizzando risorse dal bilancio dellʼUnione europea per incentivare i governi degli Stati nazionali a investire in progetti cooperativi, progetti europei e sostenere così la nostra industria della difesa.

Siamo partiti con quella che chiamiamo “azione preparatoria”, cioè una fase pilota con un investimento da 90 milioni di euro lʼanno fino alla fine del 2019 per la ricerca, che diventeranno 500 milioni di euro dal 2020 in poi. A questo si aggiungeranno, per lo sviluppo e per le acquisizioni di capacità nel settore della difesa, 500 milioni di euro per i prossimi due anni, e un miliardo dopo il 2020, con lʼobiettivo di investire in totale un miliardo e mezzo allʼanno a partire dal 2021. 

Sono investimenti che guarderanno sia al settore industriale sia a quello della ricerca. Con unʼattenzione particolare – ci tengo a dirlo qui in Italia – alle piccole e medie imprese, che sono una parte fondamentale della nostra industria europea. Non è detto infatti – lo abbiamo visto anche di recente – che le grandi idee arrivino dai grandi centri di ricerca: è fondamentale allora dare lʼoccasione alle piccole imprese di collaborare di più al di fuori dei confini nazionali, mettendo in rete le nostre eccellenze europee.

I primi risultati dellʼ“azione preparatoria” credo siano molto incoraggianti. Le proposte che abbiamo ricevuto, e che lʼAgenzia europea per la difesa sta ora valutando, sono state presentate da consorzi che coinvolgono venticinque paesi europei.

Tra i progetti già approvati ce nʼè anche uno a guida italiana, che utilizzerà i big data per identificare i filoni di ricerca più promettenti nel campo della difesa, su cui investire nei prossimi anni.

Per me questa è la conferma che lʼItalia – non solo a livello di governo, ma come sistema paese – riconosce nella difesa europea una grande opportunità, e quindi una priorità. E lʼItalia può essere uno dei paesi motore di questo nuovo progetto europeo.

Il secondo strumento che abbiamo realizzato in questi mesi è una revisione annuale coordinata dei bilanci nazionali per la difesa, su base volontaria – lo potremmo definire un semestre europeo della difesa. Lʼobiettivo è di aiutare gli Stati membri a sincronizzare i loro bilanci per la difesa, a pianificare insieme i loro investimenti futuri e a evitare duplicazioni. Un esercizio che servirà anche alla Nato.

Il terzo strumento cui abbiamo dato vita questʼanno è quello di cui si è parlato di più: la cooperazione strutturata permanente tra Stati membri nel campo della difesa. Prevista già nel Trattato di Lisbona, firmato dieci anni fa, ma che non era mai stata messa in pratica.

Venticinque paesi oggi si sono impegnati a contribuire in modo regolare alle nostre missioni militari europee, a un maggiore scambio di informazioni, e soprattutto a una serie di progetti comuni, per spendere meglio e insieme.

Anche in questo caso – fatemi dire – lʼItalia ha svolto un ruolo fondamentale, insieme a Francia, Germania e Spagna. E se guardate ai Ministri della Difesa di questi quattro paesi, che insieme a me hanno avviato il progetto… abbiamo un problema di equilibrio di genere! Per una volta, va bene così… e anche questa è una novità.

Tornando allʼItalia, diversi dei progetti che sono già stati individuati per la cooperazione strutturata permanente sono a guida italiana: si va da un nuovo sistema di sorveglianza dei nostri mari, allʼidea di un centro di addestramento europeo per i militari che intervengono in caso di catastrofi naturali.

Quando abbiamo iniziato a parlare di attivare la Cooperazione strutturata permanente, un anno e mezzo fa, molti mi dissero che non ce lʼavremmo mai fatta. Dopo un anno di lavoro intensissimo, non solo lʼabbiamo fatto, ma lʼabbiamo fatto con venticinque paesi – senza creare il rischio di unʼEuropa eccessivamente frammentata, o unʼEuropa a due velocità. Un risultato di là da ogni aspettativa. 

Ma in un certo senso il lavoro vero inizia adesso, e anche su questo conto sul continuo sostegno dellʼItalia.

Abbiamo creato a livello europeo degli strumenti che hanno un potenziale enorme, per la nostra industria e per la sicurezza degli europei. Ma ora dobbiamo fare in modo di sfruttare al meglio questo potenziale, di usare gli strumenti che abbiamo creato.

Il Fondo per la difesa, il semestre europeo e la cooperazione strutturata sono strumenti pensati per rafforzarsi a vicenda. Sta a noi usarli nel modo giusto, pensandoli come tasselli di un unico progetto più grande: lʼEuropa della difesa.

Gli obiettivi della nostra politica di sicurezza e di difesa li abbiamo definiti insieme con la Strategia globale per la politica estera e di sicurezza che abbiamo presentato un anno e mezzo fa. Poi abbiamo definito insieme un nuovo livello comune di ambizione e, questʼultimo anno, gli strumenti necessari a raggiungere quegli obiettivi, anche in termini di mezzi, di tecnologie e di risorse. 

Adesso dobbiamo mobilitare tutti i nuovi strumenti a nostra disposizione per raggiungere questi obiettivi. È un lavoro che certamente dobbiamo continuare a fare a Bruxelles, tra le diverse istituzioni europee. Ed è una soddisfazione personale che ho avuto – vedere il Consiglio, la Commissione e il Parlamento lavorare insieme. È un lavoro da fare anche però con tutte le capitali, i governi e i parlamenti degli Stati membri.

Ma è fondamentale che anche il settore privato contribuisca in modo decisivo – proponendo progetti da sviluppare insieme, trovando soluzioni tecniche innovative per rispondere ai nuovi bisogni dei nostri cittadini in termini di sicurezza.

LʼEuropa della difesa nasce in questi mesi, e nasce sullʼonda dei sessantʼanni dei Trattati di Roma. Nasce come reazione dei Ventisette Paesi che resteranno nellʼUnione, per rilanciare il progetto di integrazione europea. Nasce come opportunità da cogliere, per tutti noi. Unʼopportunità per investire insieme, per innovare, per creare occupazione, per dotare i nostri militari – che vorrei ringraziare – delle tecnologie più allʼavanguardia. Per costruire insieme la sicurezza del nostro continente. Con strumenti militari e con strumenti civili – perché il tratto distintivo di noi europei è e resta quello di dosare in maniera intelligente hard e soft power. Perché noi europei sappiamo benissimo che non esiste crisi o minaccia al mondo che possa essere affrontata unicamente con strumenti militari.

È anche per promuovere e far vivere questa idea di sicurezza che nasce lʼEuropa della difesa.

I fondatori dellʼEuropa unita, quelli che sessanta o settantʼanni fa sognavano gli Stati Uniti dʼEuropa, ebbero la capacità di partire da un progetto molto concreto, quasi banale: la comunità del carbone e dellʼacciaio.

Anche oggi, il sogno dellʼEuropa unita ha bisogno di tradursi in idee e progetti concreti. Ambizione e pragmatismo. Non cʼè nulla di astratto in questo lavoro, nulla di teorico.

LʼEuropa unita sono i giovani scienziati che ci aiuteranno a sventare il prossimo cyber-attacco. LʼEuropa unita sono i nostri militari che proteggono un convoglio umanitario in una zona di guerra. Sono le nostre forze dellʼordine che formano i poliziotti e le poliziotte irachene nelle zone liberate da Daesh, e aiutano a stabilizzare la nostra regione.

Ma dobbiamo fare attenzione: lʼEuropa unita non può essere solo lʼEuropa della difesa. Lʼintegrazione europea deve ripartire anche in altri settori fondamentali per la vita degli europei: lʼeconomia, la moneta, gli investimenti, la solidarietà, le politiche sociali, le opportunità per i giovani.

Il lavoro sulla difesa dimostra che il cambiamento è possibile, e dipende unicamente da noi. LʼEuropa è quello che scegliamo di farne, perché siamo noi.

Grazie.