Delegation of the European Union to Liberia

Ucraina, Mogherini: «Io tenuta fuori? Conta il gioco di squadra»

15/02/2015 - 00:00
Interviews

«Mosca ha violato i principi della legalità internazionale, ma rimane il nostro vicino perché la geografia non si cambia». E resta interlocutrice su altri campi.

Il Corriere della Sera 15/02/2015

Intervista di Paolo Valentino

«Dal mio punto di vista la cosa più importante non è la photo-opportunity, ma contano il gioco di squadra e la ricerca di un risultato, che c’è stato. Il successo di Minsk è di tutta l’Europa, lo abbiamo costruito insieme: in attesa del vertice non siamo stati a guardare la partita, abbiamo lavorato e discusso con Lavrov, Poroshenko, Kerry, Biden e tutti i Paesi europei per facilitare l’operazione. Ricordo anche che giovedì il Consiglio europeo ha riconfermato che questa è la politica di tutta la Ue».

La sua assenza al vertice della capitale bielorussa è stata stigmatizzata

L’assenza di Federica Mogherini al vertice della capitale bielorussa è stata notata e stigmatizzata. Che l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea non fosse presente all’appuntamento che potrebbe aver rappresentato la svolta decisiva nella crisi ucraina, è stato per molti il segnale dell’ennesima occasione mancata per l’Europa, incapace di parlare con una sola voce attraverso la figura creata appositamente per questo e costretta ad affidare le sue proiezioni esterne al direttorio franco-tedesco, o meglio tedesco-francese. Nell’intervista al Corriere , Mogherini contesta con vigore questa lettura dei fatti e rivendica il «carattere pienamente europeo» dell’iniziativa che ha portato al summit di Minsk.

Non sarebbe stato meglio esserci? Perché non è stata invitata?

«Da mesi l’Ue ha scelto di investire su due canali nel tentativo di arrivare a una soluzione politica in Ucraina. Da un lato l’Osce e il gruppo di contatto trilaterale, che era presente a Minsk e ha firmato l’intesa, poiché è questo l’unico formato dove anche i separatisti siedono al tavolo. Dall’altro il cosiddetto “formato Normandia” con Germania, Francia, Ucraina e Russia, nato lo scorso giugno, prima della mia nomina, che a più riprese è stato indicato dai vertici europei come quello che ha più possibilità di produrre un risultato. Alla riunione straordinaria dei ministri degli Esteri, che ho convocato subito dopo i bombardamenti di Mariupol e in cui abbiamo anche allungato la lista di chi è sottoposto a sanzioni, si è ribadita la necessità d’intensificare il canale diplomatico. C’è una decisione politica presa a 28 sugli strumenti più opportuni e intelligenti da usare in un dato momento e situazione, anche scontando critiche ed espressioni folkloristiche. Quando parlo d’iniziativa europea, voglio dire che è il formato scelto dall’Ue, insieme, per avanzare sulla strada del dialogo politico, complementare a quella della pressione economica. Detto questo, non ho problemi ad andare a Mosca a parlare con Putin. Sono stata la prima a farlo».

Proprio per questo, non avrebbe avuto più senso includere anche l’Alto rappresentante, tanto più nella versione rafforzata, inaugurata con la sua nomina?

«Questa crisi è nata prima ancora che io diventassi ministro, con la percezione giusta o sbagliata che ci fosse un problema tra Europa e Russia. Detto che l’Ue è un progetto non rivolto contro nessuno anzi con l’idea di creare cooperazione e partenariato, è indubbio che su questa narrativa si è costruita parte del conflitto. Nel momento più drammatico della crisi ucraina, serviva usare e consolidare un canale sperimentato con esiti positivi nei mesi precedenti, a cominciare dai primi accordi di Minsk. Non era utile cambiare o modificare lo strumento. È stato un esercizio di realismo, umiltà e fiducia nel lavoro di squadra. Il che non significa che nelle crisi l’Ue debba stare un passo indietro, anzi: in Medio Oriente ho preso io l’iniziativa di convocare il Quartetto, facendo sedere allo stesso tavolo russi, americani, Onu ed Europa per cercare di rilanciare il processo di pace. Io sono determinata nei cinque anni del mio mandato a lavorare perché diventi possibile spendere la bandiera europea in tutti i teatri rilevanti».

A torto o a ragione, lei è considerata da alcuni partner europei come troppo accomodante nei confronti di Mosca. Questo ostacola il suo lavoro?

«Non nego che questa percezione in alcuni Paesi ci sia stata, direi fino a settembre o ottobre. Fino a quando cioè tutti mi conoscevano soprattutto per quella foto con Putin. Ma devo dire che ora è cambiata anche in quei Paesi membri o in quei media dove appariva più radicata».

E l’episodio del documento di gennaio, quello dove proponeva una riflessione strategica sull’efficacia delle sanzioni, che le ha causato tante critiche?

«È vero che il documento è stato fatto filtrare ai media, provocando polemiche. Ma in seno al Consiglio esteri è stata una discussione a 360 gradi aperta, approfondita e utile, che non proponeva alleggerimenti di misure, ma faceva un quadro generale del presente e del futuro dei rapporti tra la Ue e la Russia. Mosca ha violato i principi della legalità internazionale, ma la geografia non si cambia. E resta su altri campi attore e interlocutore: lotta al terrorismo islamico, Ebola, Iran, Siria, Medio Oriente, tutti temi sui quali l’atteggiamento russo rimane cooperativo e utile. Finché non affrontiamo con onestà e realismo il tema dei rapporti con la Russia, l’architettura che sta intorno alla crisi ucraina sarà parziale e limitata. Nessuno vuol cancellare le responsabilità della Russia, ma dobbiamo poter discutere cosa vogliamo fare di questi rapporti».

Ma se lei a un Consiglio esteri mettesse ai voti la proposta di fornire armi agli ucraini, probabilmente ci sarebbe una spaccatura...

«La fornitura di armi non è competenza della Ue, ma dei singoli Stati membri. Ma non voglio nascondermi. Ho chiesto io di convocare in agosto, come presidente di turno, il Consiglio che ha dato assenso politico alla fornitura di armi ai curdi. Ma oggi una discussione di questo tipo non è opportuna, non per evitare la spaccatura, ma perché non aiuterebbe la soluzione del conflitto».

Qual è la sua valutazione dell’intesa di Minsk?

«È un accordo fragile, ma è l’unica opportunità che abbiamo. Il numero di morti e feriti di questi ultimi giorni ci ricorda quanto sia urgente farla funzionare. La delegazione Ue è già al lavoro in queste ore a Kiev per sostenere l’operato dell’Osce».

Cosa succederà ora alle sanzioni?

«Le sanzioni sono sempre state applicate sulla base della situazione sul terreno. Il principio è che ci sia sempre, in qualsiasi momento, la possibilità di diminuirle o toglierle se migliora e viceversa se peggiora».

In un recente editoriale, il «New York Times» ha giustapposto una frase di John Kennedy con una sua. La prima, dice il giornale, è un dichiarazione piena di certezza morale dell’Occidente. L’altra è impastata di «dubbi e auto-limitazione, cauta perfino per gli standard della moderna diplomazia».

«La nostra non è un’epoca di certezze, ma di trasformazioni e interdipendenza. Più complessa. Se guardiamo indietro, la prospettiva è falsata. Se pensiamo di poter affrontare una crisi di questo tipo, con l’idea che il tema sia mostrare la forza, ci poniamo in un’epoca sbagliata. Siamo in un altro genere di tensione, ma non siamo più nella Guerra Fredda. Leggerla con le categorie delle generazioni precedenti alla caduta del Muro, che è poi quello che fa Putin, è anacronistico. Quando Lavrov dice “abbiamo l’Occidente alle porte”, la mia risposta è, lo abbiamo costruito insieme nei decenni passati ed è l’idea di un’Europa che vuole la cooperazione, non solo con la Russia, ma con tutti i suoi vicini. Il problema è gestire l’anacronismo russo e vedere se c’è margine per far si che la Russia lo superi». 

Source: http://www.corriere.it/esteri/15_febbraio_15/mogherini-intervista-tenuta-fuori-gioco-squadra-0bffe3a0-b4f8-11e4-b826-6676214d98fd.shtml

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