Delegation of the European Union to Canada

Siria: a dieci anni dallo scoppio del conflitto, siamo ancora alla ricerca di una soluzione politica che ne affronti le cause profonde

31/03/2021 - 19:09
From the blog

31/03/2021 - Blog dell'AR/VP - Il conflitto in Siria imperversa ormai da dieci anni, e non accenna a finire. Ecco perché è importante continuare a mobilitare il sostegno internazionale a favore del popolo siriano. Questa settimana ci siamo riusciti grazie alla quinta conferenza di Bruxelles sul futuro della Siria e della regione, sulla scorta della quale sono stati assunti nuovi impegni per un importo totale di 5,3 miliardi di €. Ma dobbiamo anche insistere sulla ricerca di una soluzione politica alla crisi.

"La Siria deve cambiare rotta. Un'analisi rigorosa della situazione dimostra che l'attuale parabola della Siria non è sostenibile: proseguire così farebbe solo aumentare l'instabilità e le difficoltà."

 

Conosciamo bene l'entità delle devastazioni in Siria. Sappiamo quante persone hanno sofferto in questi dieci anni, e quanto continuino a soffrire. Ormai la Siria è divenuta simbolo di morte, di distruzione e del maggiore esodo civile di questo secolo.

Non dobbiamo mai dimenticarci di come tutto è iniziato. Esattamente dieci anni fa, sull'onda della primavera araba, i cittadini siriani scesero pacificamente in piazza chiedendo libertà, giustizia e prospettive economiche. Il regime reagì con estrema violenza, una violenza mai vista nell'intera regione. Subendo una rapida escalation, la situazione sfociò quindi in un conflitto mortale.

Ne conosciamo a fondo gli orrori. Ma è il caso di ricordare alcuni dati: oltre 400 000 persone sono morte, mentre si calcola che gli scomparsi siano 100 000. L'economia è in caduta libera. Circa il 90 % dei siriani vive in condizioni di povertà. Oltre 13 milioni di siriani - quasi il 60 % della popolazione, la metà dei quali bambini - si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare e hanno bisogno di assistenza umanitaria. Oltre 12 milioni di siriani hanno dovuto fuggire dalle loro case. Nella Siria settentrionale centinaia di migliaia di persone vivono in tende. L'anno scorso la pandemia ha ulteriormente aggravato la già drammatica situazione.

 

"La conferenza, che ha riunito oltre 85 delegati provenienti da più di 55 paesi e oltre 25 organizzazioni internazionali, ha consentito l'assunzione comune di nuovi impegni per 5,3 miliardi di €."

 

Negli ultimi dieci anni l'UE e i suoi Stati membri sono stati il principale fonte di sostegno per i siriani. Ieri, durante la quinta conferenza di Bruxelles "Sostenere il futuro della Siria e della regione", l'UE si è impegnata a stanziare ulteriori 560 milioni di €, lo stesso importo dell'anno scorso. Tale stanziamento si aggiunge ai quasi 25 miliardi di euro messi a disposizione dall'inizio della crisi. La conferenza, che ha riunito oltre 85 delegati provenienti da più di 55 paesi e oltre 25 organizzazioni internazionali, ha consentito l'assunzione comune di nuovi impegni per 5,3 miliardi di €.

A volte i cittadini si domandano come vengano effettivamente distribuiti i fondi stanziati in questo tipo di eventi, e se davvero giungano alle persone bisognose. L'anno scorso, in occasione della quarta conferenza di Bruxelles, i donatori si sono impegnati a stanziare 4,9 miliardi di € in sovvenzioni e finanziamenti macrofinanziari per i seguenti scopi: sostenere le attività umanitarie, di resilienza, di stabilizzazione e di sviluppo in Siria e nella regione; rendere disponibili ulteriori 2 miliardi di € per il 2021 e gli anni successivi. Stiamo costantemente monitorando queste promesse, e la settimana scorsa abbiamo pubblicato la relazione sulla verifica finanziaria, dalla quale emerge che, fino al gennaio 2021, i donatori avevano contribuito con 6,8 miliardi di € in sovvenzioni destinate a Turchia, Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Siria. Si tratta di un aumento del 54 % rispetto all'importo iniziale per cui era stato preso l'impegno durante la conferenza dell'anno scorso. Un'ottima notizia, anche se sappiamo bene che non basta il denaro a risolvere la crisi. Ma il sostegno finanziario è assolutamente necessario. E per anni i nostri aiuti hanno fatto davvero la differenza, sia all'interno della Siria che nel suo vicinato.

Ma tutto questo avvicina in qualche modo la Siria alla fine del conflitto? La avvicina in qualche modo all'estirpazione delle cause profonde della crisi, in particolare alle richieste di riforma e giustizia avanzate dai siriani nel 2011?

No, non è così.

Un'intera generazione di giovani siriani ha conosciuto solo la guerra. Questi giovani hanno bisogno di prospettive future, e le stanno invocando. La Siria non può essere ricostruita sulle stesse basi che ne hanno causato il crollo. Tornare alla Siria pre-2011 non è un'opzione praticabile. Lo sanno anche i cerchi interni del regime. Lo sanno persino la Russia e l'Iran.

 

"Non importa quanto sarà difficile, ma è doveroso che i siriani si siedano attorno a un tavolo, analizzino le cause della guerra e si accordino su una visione per il futuro del loro paese."

 

Il nostro interesse, in quanto europei, è semplice e coincide con la volontà dei siriani: bisogna che la Siria si rialzi in piedi e torni ad essere un vicino stabile. Non importa quanto sarà difficile, ma è doveroso che i siriani si siedano attorno a un tavolo, analizzino le cause della guerra e si accordino su una visione per il futuro del loro paese. Diritto ad una vita libera, sicura e dignitosa. Certezza di un rientro sicuro per i rifugiati. Una sera ricerca serie delle persone disperse e scomparse. E sì, assunzione di responsabilità per i numerosi crimini di guerra e contro l'umanità commessi.

Appena la settimana scorsa, il 21 marzo, il regime siriano ha deliberatamente bombardato una struttura medica ad Atareb, uccidendo cinque operatori sanitari e sei pazienti. L'ospedale è attualmente inutilizzabile. Le sue coordinate GPS erano state condivise dall'ONU con tutte le parti belligeranti. Anche per questo crimine si stanno raccogliendo prove in modo da poter rendere giustizia alle vittime.

Sappiamo per esperienza diretta quanto sia difficile, ma dobbiamo portare avanti il processo politico. Gli attori internazionali e le parti in causa hanno convenuto che la Siria debba darsi una nuova costituzione e organizzare elezioni libere ed eque sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Dopo dieci anni di conflitto, ciò potrebbe sembrare irrealistico. Una chimera? Eppure un'analisi rigorosa della situazione mostra che l'attuale parabola della Siria non è sostenibile. Proseguire su questa strada non farebbe che inasprire l'instabilità e le difficoltà che constatiamo oggi.

La Siria deve cambiare rotta. Solo una Siria diversa potrà essere stabile e prospera e costituire un partner affidabile per i suoi vicini e la comunità internazionale. Neanche gli alleati della Siria possono più permettersi di sostenere un regime vacillante. In mancanza di una soluzione politica i rifugiati e gli sfollati non potranno certamente tornare in patria.

Spetta pertanto al regime siriano adottare le misure stabilite nella risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Qualora adottasse misure che vanno nella giusta direzione, reagiremmo di conseguenza. Fino a quel momento manterremo la pressione. Non vi sarà alcuna fine delle sanzioni o normalizzazione, nessun sostegno alla ricostruzione fino a quando non sarà avviata una transizione politica. Questa è la posizione che l'Unione europea sostiene da tempo. L'ho ribadita nella mia dichiarazione in occasione dei dieci anni di guerra e ricordata ai nostri partner internazionali in occasione della quinta "conferenza di Bruxelles", da me copresieduta questa settimana insieme all'inviato speciale delle Nazioni Unite Pedersen.

L'UE continuerà a tenere aperto un dialogo diplomatico con tutti gli attori coinvolti nel conflitto siriano - ONU, Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran, paesi arabi e altri - mirando a raggiungere un consenso capace di porre fine alla guerra. Parallelamente, cosa altrettanto importante, continueremo a dialogare con la società civile. La sua voce è infatti fondamentale - come ho potuto constatare incontrandone i rappresentanti questa settimana - per comprendere appieno cosa stia succedendo, di cosa vi sia bisogno e come si possa dare forma alla Siria di domani. La società civile spera nel futuro, in una Siria pacifica e diversa. Non si rassegnerà, e neanche noi lo faremo.

Il futuro della Siria non appartiene a nessuna fazione e a nessuna tra le potenze esterne. Spetta ai siriani decidere il proprio futuro, nel quadro di negoziati a titolarità e a guida siriana sotto l'egida delle Nazioni Unite. Ignorare le esigenze e le richieste dei siriani, non rispettarne la dignità, farà solo perdere altro tempo e porterà ulteriore miseria.

 

 

Sezioni editoriali: